
L’Ikigai del musicista: ciò che ti fa tornare
- Sara Costa
- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Il senso del suonare come gesto che resiste
Ci sono momenti in cui, anche senza entusiasmo e senza chiarezza, torniamo. Torniamo allo strumento, allo studio, all’ascolto. Non perché tutto sia semplice o motivante, ma perché qualcosa, dentro, continua a chiamarci con una fedeltà silenziosa che non chiede spiegazioni.
Nel mio lavoro di musicista e insegnante ho imparato a osservare questo movimento del tornare negli studenti, nei colleghi, e anche in me stessa. Non è affatto scontato. E non ha nulla a che fare con l’abitudine. È piuttosto una forma di adesione profonda, spesso non dichiarata, a qualcosa che sentiamo come essenziale.
In giapponese esiste una parola per questo tipo di legame: ikigai. Una parola semplice e difficile insieme, che indica ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ciò che dà senso alle giornate senza bisogno di clamore. Non è un obiettivo da raggiungere, né una vocazione da dimostrare, né una formula da risolvere una volta per tutte. È ciò che sostiene dall’interno, ciò che tiene in relazione con ciò che conta davvero.
Per un musicista, l’ikigai raramente coincide con il successo o con una carriera ideale. Molto più spesso assomiglia a qualcosa di quotidiano, a un gesto ripetuto con attenzione, a una pratica che continua a nutrire anche quando non produce risultati visibili. È ciò che ti fa tornare al suono, anche nei giorni in cui non c’è nulla da dimostrare.
Siamo portati a credere che la continuità sia automatica: se hai scelto la musica, allora suonerai; se studi, continuerai; se insegni, saprai sempre perché lo fai. Ma chi vive davvero questo percorso sa che non è così. Ci sono giorni in cui tornare richiede una scelta consapevole, e altri in cui accade senza che ce ne accorgiamo, come un richiamo gentile che ci riporta a casa.
Col tempo ho imparato a riconoscere che questo gesto del tornare non nasce dalla disciplina né dalla forza di volontà. Nasce dal senso. Un senso che raramente fa rumore, che non ama stare al centro della scena e che spesso si manifesta nei dettagli più semplici: in una prova fatta con attenzione, in un passaggio che finalmente respira, nel silenzio che segue il suono, in una lezione in cui qualcosa si sblocca, nella cura paziente dello strumento prima ancora di suonarlo.
Sono gesti piccoli, a volte invisibili, ma è proprio lì che si formano le radici. Radici che permettono di attraversare anche i momenti più faticosi senza perdere il contatto con ciò che ci ha portato fin qui.
Questo senso non è mai solo una faccenda interiore. Cresce anche, e forse soprattutto, nelle relazioni giuste: un insegnante che non riduce tutto alla prestazione, un compagno di studi con cui condividere il processo e non solo i risultati, un ambiente in cui il valore non è misurato esclusivamente da ciò che “riesce”. Nel tempo ho visto quanto questo faccia la differenza, soprattutto nei momenti di passaggio. Non per eliminare le domande, ma per non restare soli quando arrivano.
Se in questo periodo senti il bisogno di ritrovare orientamento, forse non serve cercare subito risposte definitive. Può bastare, alla fine della giornata, tornare con gentilezza a una domanda semplice: quando mi sono sentito davvero presente mentre facevo musica? Dove ho percepito una piccola scintilla, anche senza risultati? Cosa rifarei domani, anche se nessuno lo vedesse?
Annotare questi momenti non serve a giudicarli, ma a riconoscerli. Spesso l’ikigai non si presenta come un’idea chiara, ma come una sensazione sottile e inequivocabile: qui c’ero davvero.
Gennaio, forse, non chiede decisioni definitive. Chiede ascolto. Forse non è necessario sapere dove stai andando. Forse basta accorgerti di ciò che ti fa tornare, oggi, alla musica. Il senso non è qualcosa da trovare una volta per tutte. È qualcosa che si coltiva nel tempo, nei gesti che continuano a nutrirti anche quando nessuno li vede.







Commenti