
Ikigai, ma senza prestazione
- Sara Costa
- 27 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Perché anche l’ikigai può smettere di nutrire.
Negli ultimi anni la parola ikigai è entrata nelle nostre vite con una grazia troppo facile.
La incontriamo in diagrammi ordinati, in promesse di “allineamento”, in formule che sembrano capaci di trasformare la confusione in chiarezza: fai ciò che ami, ciò in cui sei bravo, ciò di cui il mondo ha bisogno, e il senso apparirà come il risultato naturale di un incastro riuscito.
È una narrazione rassicurante, ordinata, persino elegante.
E proprio per questo profondamente fuorviante, perché suggerisce che il senso sia qualcosa da incastrare correttamente, come se bastasse trovare la combinazione giusta per sentirsi finalmente a posto, completi.
Ma chi vive un percorso artistico - e chi vive la musica dall’interno - sa che il senso raramente si lascia ridurre a una formula, e che proprio quando proviamo a fissarlo tende a irrigidirsi.
Se nel precedente articolo abbiamo cercato l’ikigai come ciò che sostiene, qui guardiamo l’altra faccia: cosa accade quando lo trasformiamo in una prova da superare.
Il problema, in fondo, non è cercare senso.
Il problema è come la nostra cultura ci ha insegnato a farlo.
In questa riflessione è stata illuminante una lettura che ho appena terminato.
Il filosofo Byung-Chul Han, nel saggio La società della stanchezza, descrive una trasformazione silenziosa del nostro tempo: non siamo più oppressi soprattutto da divieti esterni, ma da un imperativo interno alla prestazione. Non ci viene più detto cosa possiamo fare, ma cosa dovremmo essere: realizzati, coerenti, appassionati, produttivi, sempre all’altezza della nostra stessa immagine ideale.
In questo clima succede qualcosa di sottile: anche il senso rischia di diventare una prestazione.
Qualcosa che dobbiamo dimostrare di avere, rendere visibile, raccontabile, possibilmente spendibile. Se non è chiaro, se non è riconoscibile dall’esterno sembra mancare. O peggio, sembra un fallimento personale.
Per i musicisti questo meccanismo è particolarmente sottile, perché si mimetizza bene.
Studiare, migliorare, costruire un percorso sono parti naturali del mestiere. Ma quando il perché del suono diventa qualcosa da giustificare continuamente, da rendere presentabile, quando diventa qualcosa che ha l’urgenza di trovare un riscontro pratico e un riconoscimento, allora il senso smette di nutrire e comincia a pesare.
Pensiamo a come questo pensiero possa diventare limitante per un giovane all’inizio del percorso, cresciuto in un ambiente dove il “tutto e subito” sembra essere l’unica narrazione esistente.
E qui voglio aggiungere una cosa che nasce dalla mia esperienza come insegnante.
Mi capita di osservare, in alcuni studenti, un fenomeno ricorrente soprattutto dopo periodi di pausa, vacanze, interruzioni: alcuni tornano allo strumento e, invece di tornare lentamente nel flusso, entrano in una specie di corto circuito.
Senza sentirsi spronati dall’insegnante, alcuni studenti perdono la motivazione perché il fatto di non ottenere subito risultati li scoraggia, e quei piccoli crolli prendono la forma di piccole crisi.
Eppure, quasi sempre, non è successo nulla di “definitivo”. È successo qualcosa di molto umano: si è interrotto un filo, il gesto quotidiano ha perso quotidianità. E, al posto di una ripresa graduale, si fa strada l’idea che si debba tornare subito come prima, o meglio di prima.
Come se ci fosse la necessità di dimostrare il valore del proprio percorso immediatamente, come se il maestro assumesse le sembianze di un giudice in quel momento.
Il problema non è la pausa in sé, ma ciò che mette in luce: quanto facilmente il senso viene legato a una prestazione visibile.
Se non suono bene, se non sento entusiasmo immediato per un brano appena iniziato perché fatico ad impararlo o a comprenderlo, allora significa che manca qualcosa in me.
Ma il senso non funziona così. E la musica, meno che mai.
Nel pensiero giapponese, l’ikigai nasce da tutt’altra direzione. Non è una teoria del successo, né una missione di vita da proclamare. È più vicino a ciò che rende vivibili le giornate, a ciò che le sostiene dall’interno senza bisogno di clamore, come abbiamo già detto.
Le testimonianze spesso citate a Okinawa (e se non le conoscete consiglio di andare a leggere qualcosa in merito) parlano di gesti piccoli e ripetuti: prendersi cura del giardino, cucinare per qualcuno, camminare, coltivare una pratica quotidiana.
Ma la differenza più importante non è la semplicità. È un’altra: quei gesti non devono essere ottimizzati o trasformati in identità.
Possono rimanere discreti e veri, così come sono.
In questa prospettiva il senso non è qualcosa che si raggiunge, ma qualcosa che continua.
In che modo questo può cambiare il modo in cui pensiamo la musica?
Proviamo a pensarla non come mezzo per arrivare a qualcos’altro (un risultato, un riconoscimento, una conferma), ma come pratica che ha valore mentre accade, nel tempo che le dedichiamo, nell’ascolto che richiede, nella presenza che ci chiede.
Alan Watts amava ricordarlo con una metafora chiarissima: la vita è come la musica, non si suona per arrivare all’ultima nota. Se fosse così, tutto il valore starebbe nella fine. Ma chi ascolta, o chi suona, sa che il senso è nel percorso: nel fraseggio, nel modo in cui una nota conduce all’altra, nello spazio che si crea tra i suoni.
Quando trasferiamo questa logica nella vita musicale accade qualcosa di decisivo. Smettiamo di vivere in funzione di (dell’esame, del concerto, del risultato, del riconoscimento) e torniamo ad abitare il gesto mentre accade. Non significa rinunciare agli obiettivi, né negare la dimensione professionale. Significa solo non ridurre tutto a quello.
Non chiedere alla musica di giustificare continuamente la nostra scelta o la nostra identità.
C’è un segnale che vale la pena imparare a riconoscere. Quando il senso viene forzato, il gesto musicale perde elasticità. Lo studio si irrigidisce, l’ascolto si restringe, il corpo entra in modalità di controllo. Non perché manchi passione, ma perché stiamo chiedendo alla musica di sostenere un peso che non le appartiene: quello di dover dimostrare che ciò che facciamo “ha senso”.
In quei momenti, forse, non serve trovare più senso.
Serve smettere di ottimizzarlo.
Forse il senso emerge quando smettiamo di forzarlo, quando lasciamo che la musica sia, almeno a volte, non un mezzo, non una prova, non una risposta, ma una pratica viva.
Se il primo articolo parlava di radici, questo parla di aria.
E prepara, senza fretta, il terreno per una domanda successiva: cosa succede quando questa libertà viene minacciata dalla paura?
Ma questo, come la musica insegna, arriverà a tempo debito.


Grazie di cuore carissimo. Sono felice che ti sia piaciuto!
Bello ed interessante sara...un argomento che va nel profondo e nel senso di quello che facciamo...